lunedì 7 settembre 2009

La minestra con l'erborino.

Leggo oggi sul quotidiano locale "Il Cittadino" questo intervento a cui i lettori sono invitati a rispondere con i loro pareri.
Dialetto nelle scuole: perchè no. Sarà stato il caldo del torrido agosto, sarà stata l’oppressione dell’afa, sarà pure l’esultanza per il recente successo elettorale, a scatenare la fervida fantasia dell’On. Umberto Bossi, che non dà segni di esaurimento neppure a fronte dei seri problemi che attanagliano il nostro Bel Paese. Fra le ultime esternazioni tragicomiche c’è la proposta di sostituire l’“Inno di Mameli” (che ormai quasi nessuno conosce più – afferma il senatur) con il più popolare, a suo dire, “Va pensiero”. Che relazione ci sia fra il canto di dolorosa nostalgia per la Patria, espresso dagli Ebrei deportati in esilio, e la Storia nazionale, non è dato sapere. Comunque appare chiaro che il senatur ha poca dimestichezza con la musica, altrimenti saprebbe che i concerti corali solitamente si aprono (e a volte si concludono) proprio con l’esecuzione del celebre Inno Nazionale, applauditissimo dal pubblico che lo ascolta alzandosi in piedi, in segno di rispetto per il valore simbolico che esprime. Ma per comprendere tutta la portata dei contenuti civili e morali dell’ inno nazionale bisogna conoscere la Storia, che l’on Bossi dimostra di ignorare. Un’altra patetica trovata estiva è la proposta di introdurre l’insegnamento del dialetto nella scuola dell’obbligo. Ma quale dialetto? Capita che nello stesso paese o città coesistano due dialetti diversi: quello del centro e quello della periferia (è il caso di Castelnuovo). E chi lo insegna? (.. l'intervento completo sul quotidiano)
Sono d'accordo con chi scrive; a cosa serve insegnare il dialetto quando le recenti statistiche ci dicono che le giovani matricole faticano a conoscere l'italiano? Il dialetto si impara in famiglia, si impara parlandolo, si impara perchè lo si ama, perchè si prova piacere nel coniugarne le mille sfaccettature, non perchè ci viene imposto. Esempio pratico: una sera passa a trovarmi Hassane, marocchino che abita qui a Balbiano da un paio di anni: "Alura?", faccio io, aspettandomi il suo sguardo un po' di traverso con l'occhio socchiuso, come dire, cos'hai detto? "A l'ura ien semper poc" risponde lui, lasciandomi con un palmo di naso. (Per la traduzione rivolgersi al senatur). A volte faccio apposta a parlargli in dialetto che lui capisce ma che non riesce ad usare come vorrebbe; mi risponde in francese e poi aggiunge: "Te capì?" in milanese. (Di Hassane parlerò un alto giorno, ci tengo...) Sempre sul dialetto ho un altro aneddoto legato a mia mamma e ai primi anni di scuola di Marcella. Compito a casa: paroline con la e. Sapete cosa suggerì mia mamma e Marcella scrisse così come dettato perchè non conosceva il termine in italiano?: erborino (in italiano: prezzemolo).
Chiudo, con alcune sculmagne in diletto tratte da "Il Paullese, storia e attualità" di Luigi Pettinari- ed. Lodigraf 19829, dalle pagg.. 80, 81 e 82).
(Le scumagne, sculmagne o escurmagne sono i soprannomi dati ai vari abitanti dei paesi)
Paullo: Beccamort de Paül o de Paü
Cervignano: Salta foss de Cervignan
Quartiano: mangia cucù de Quartian
Mulazzano: Mamalüc de Mülassan
Casalmaiocco: Paga puff o paga sul de Casal
Dresano: 'Ngrügna versin cume quei de Merlin
Tribiano: Mangia cissiensa de Tribian
Lanzano: Süccon de Lansan
Zelo Buon Persico: Pesca Lüna de Zel

*La foto è mia, anno 1958, avevo dunque 4 anni ma già carta e penna in mano!

Nessun commento:

Posta un commento