venerdì 24 ottobre 2008

"Ai ad meti tuti in fila"



Ho già parlato del pittore Antonio Ligabue (Zurigo 1899, Gualtieri 1965) in occasione della precedente visita ad una esposizione di suoi quadri fatta nel novembre 2003 a Orzinuovi, ma mi corre l’obbligo di riparlarne ancora dopo la sorprendente serata di eri sera. Un bagno di colore, nostalgia e tenerezza per questo uomo che forse, in tutta la sua vita, ha rincorso un sogno di affetti mai concretizzati. Certo un uomo con molti problemi comportamentali ma anche con un vissuto pieno di complicazioni familiari che hanno lasciato solchi profondi nella sua anima. Della sua opera non rimane pressoché nulla di quello dipinto prima del 1929, forse distrutto dallo stesso Ligabue per segnare una sorta di “rinascita” ; è in quel periodo infatti che conosce Marino Mazzacurati, pittore e scultore incontrato proprio a Gualtieri e che diventerà figura importantissima per Antonio. Mazzacurati riconobbe in Ligabue i tratti del vero artista: lo incoraggia, gli insegna ad usare i colori ad olio e gli rimane vicino nei momenti “difficili” che si traducono, per Ligabue in quei periodi di internamento in manicomio, dove peraltro continua a dipingere, quasi fosse una terapia, per lui. I medici lo seguono con curiosità ed attenzione; Antonio inizia a dipingere dagli occhi, con ripensamenti, correzioni e prosegue fino al margine inferiore (nel suo Autoritratto con cane, si è raffigurato con due gambe cortissime proprio perché non aveva più spazio per dipingerle). Dipinge con il viso quasi appiccicato alla tavola ed è anche per questo che le sue opere sembrano schiacciate, senza profondità. Perché ci piacciono tanto i lavori di Ligabue? Forse perché lavorando tra le due guerre e soprattutto dopo la fine della seconda, la gente ha visto nei suoi dipinti una realtà semplice, comprensibile, che nulla aveva a che fare con le opere dadaiste, espressioniste o surrealiste, tanto difficili da capire. Ieri sera abbiamo fatto una full immersion in più di duecentocinquanta tra dipinti e disegni; ecco gli animali che tanto piacevano a Ligabue, spesso in combattimento (galli, tigri, volpi, rapaci) altre volte intenti al lavoro nei campi, altre volte presenze esclusive ad accompagnare autoritratti. Ligabue non si ritrae mai insieme ad altre persone ed anche quando lo fotografano, lui è sempre in disparte, quasi non si riconoscesse parte di quel mondo. Il suo mondo lo mette tutto nei dipinti dove ritroviamo quasi costantemente gli elementi della sua vita: il paesaggio svizzero con campanili e cieli azzurri, gli animali riprodotti con grande cura (basta guardare le macchie del leopardo) nelle immaginarie foreste che popolano la sua mente, gli insetti che simboleggiano quella parte oscura che accompagna le azioni della vita, la cura maniacale con cui ama raffigurarsi negli autoritratti quasi a dire “anche io sono una persona rispettabile”. La guida ci ha fatto notare che su un autoritratto era raffigurata una farfalla che Ligabue dipingeva solo quando un dipinto era “venuto” come diceva lui. Su 120 autoritratti eseguiti si trovano solo 5 farfalle… Il quadro che vedete qui di lato racchiude tutta l’essenza del mondo di Ligabue: c’è il paesaggio svizzero dell’infanzia, quello fluviale che lo ha visto crescere, c’è la vegetazione della giungla, la motocicletta, la presenza immancabile di un animale ma soprattutto c’è la sua figura. Antonio si è rappresentato vestito elegantemente, come ha sempre fatto quando si dipingeva, cercando ancora una volta un punto di incontro, un mezzo per sfondare la barriera invisibile che si frapponeva fra lui e il resto del mondo.
Chiudo con la frase di apertura “ai ad meti tuti in fila” diceva Antonio, e a vedere tutte le persone che c’erano in coda per ammirare i suoi dipinti, ha avuto ragione, ci ha messi tutti in fila!

Nessun commento:

Posta un commento